domenica 31 luglio 2016

Akki Games! Capitolo 47 - Life is Strange (PC)


Il panorama delle avventure grafiche sta diventando, di anno in anno, sempre più corposo e pieno di sorprese: dopo le convincenti serie di The Walking Dead, Back to the Future, Doctor Who e The Wolf Among Us, Dontnod Entertainment decide di entrare nello stesso circuito di Telltale per raccontare una storia. Una storia che parla della vita, e di come quest'ultima sia strana. Life is Strange è l'ambizioso titolo episodico uscito nel 2014, pubblicato da Square Enix.

La trama
Impersoneremo una ragazza di nome Max, tornata da poco nel suo paese natale "Arcadia Bay", e studentessa all'accademia di Blackwell, frequentata proprio per la classe di fotografia, tenuta da un famoso fotografo di nome Mark Jefferson. La vita di Max viene scombinata nel momento in cui ha una visione di un faro distrutto in una tromba d'aria, e proprio a seguito di questa visione, scopre di avere la possibilità di tornare indietro nel tempo vicino a quello in cui lei vive. L'input della storia lascia spazio a tantissime possibilità, tanto che, nonostante la struttura episodica e la limitazione ad una sola scelta alla volta, potremo la maggior parte delle volte scoprire ciò che accade subito dopo ogni scelta importante fatta. Ciò che si rivela essere molto importante in Life is Strange è il cast dei personaggi: senza scendere troppo nei dettagli della trama (che come avrete notato ho volutamente lasciare libera ad interpretazioni, visto che a parer mio va goduta appieno), la qualità del cast si mantiene su un livello standardizzato e basato su semplici stereotipi, che vanno successivamente a diventare più complessi una volta che facciamo le mosse giuste. I personaggi non sono troppo sopra le righe, ma ciò che colpisce più di tutto è il corso degli eventi, che potremo modificare a nostro piacimento grazie all'enorme potere consentitoci.

Comparto tecnico
Tecnicamente, Life is Strange non è molto solido: l'Unreal Engine lascia il tempo che trova, e dove non si fa valere per la qualità dei personaggi e dei poligoni, si rifà con convincenti textures e shaders, sia sugli ambienti che sui personaggi. Le animazioni non sono granché, ma riescono ad essere abbastanza "realistiche" da essere vagamente fedeli ai movimenti che persone reali farebbero in situazioni simili. Punto forte e punta di diamante del titolo è il comparto audio, che presenta molte tracce cantate, perfette e molto d'effetto, per rafforzare l'atmosfera resa dal gioco nel corso di tutta la storia. Il doppiaggio lascia a desiderare, ma alcune voci in particolare (quella di Chloe per esempio) sollevano il tutto, rendendolo abbastanza convincente.

Gameplay
Il gameplay di Life is Strange si limita al tornare indietro nel tempo per sfruttare le informazioni od oggetti guadagnati nel futuro per fare qualcosa dal passato senza essere beccati dai diretti interessati. Tutto il gioco si sviluppa in terza persona alle spalle di Max, e c'è bisogno di un buono spirito d'osservazione per risolvere i vari enigmi proposti. Nulla di troppo allarmante, ma è importante saper guardarsi intorno nel mondo di gioco, ed è per questo che è consigliabile usufruire di un joystick, invece che di una tastiera. 

Commento finale
Seppur non sembri dai precedenti paragrafi, ho trovato Life is Strange come una delle migliori avventure grafiche degli ultimi anni. E' profonda, è piena di significato ed è umana come poche. Il fatto che il primo episodio sia gratuito è un ottimo sprone a giocarlo a chi è ancora indeciso. E poi Kinguin lo vende a prezzi bassissimi, nel caso in cui vi piaccia. E' un modo velato di dirvi... GIOCATELO!


domenica 17 luglio 2016

Akki Games! Capitolo 46 - Uncharted 4: La fine di un Ladro



5 anni di silenzi e pochi trailer separano il terzo, convincente e cinematico capitolo di Uncharted dal quarto, presunto epilogo della vincente serie su Playstation 3, e ora su PS4. Con un The Last of Us a mo' di cuscinetto, è riuscita la Naughty Dog a migliorare la saga e a concederle un giusto epilogo? 

La trama
Uncharted 4 fissa le proprie radici in eventi addirittura passati ai tre capitoli che abbiamo avuto il piacere di giocare su Playstation 3 e Playstation 4 con i remakes. Si comincia con una serie di spezzoni in cui saremo costretti a scappare da varie situazioni, impersonando Nathan un po' da grande, un po' da piccolo. Ciò che possiamo dire, però, è che Nathan ha un fratelo più grande, chiamato Sam, e che entrambi cercano da tempo immemore un favoloso tesoro pirata da 400 milioni di dollari. Le cose, però, non sono andate tutte come si sperava, e Nathan ha perso le tracce di Sam, catapultando quindi il tutto a 15 anni dopo, in cui troviamo un Nathan benestante che per qualche scherzo del destino ritrova il fratello, che gli ripropone di cercare il tesoro. Di qui in poi ho paura di spoilerare troppo, dato che questo gioco va goduto interamente per ciò che è. C'è giusto da sapere che il cast di personaggi riconferma sia nuovi che vecchi arrivi, tenendosi molto esiguo numericamente, ma discretamente dal punto di vista qualitativo. Ed è qui che voglio soffermarmi: seppur il vecchio cast sia molto forte come sempre, quello nuovo fatica ad entrare come si deve nella storia, diventando a livello di gameplay pericoloso, o importante, pari allo 0. 

Gameplay
Dal punto di vista del gameplay, Uncharted 4 mischia ciò che conosciamo dei vecchi capitoli con elementi di The Last of Us, quali lo spostare casse pesanti con più di una persona, o far saltare il tuo compagno quando i salti sono troppo alti e così via. In aggiunta a ciò, sono state inserite nel gameplay due nuove meccaniche, una delle quali è più situazionale dell'altra: in primis proveremo fin dall'inizio il rampino, che nonostante non somigli molto a quello dei classici Zelda, strizza l'occhio a quello di Wind Waker, tenendosi fedele all'uso di una corda per varie situazioni in tutto il gioco. Meno studiato e più situazionale, invece, il chiodo per arrampicarsi, che avremo da circa metà del gioco e ci servirà per molte meno situazioni, molte delle quali sono vicine alla fine, più che al punto in cui lo si prende effettivamente. Fanno il loro ritorno tutte le armi che abbiamo visto nei precedenti Uncharted, con poco spazio per l'innovazione: avremo sempre il lanciagranate, sempre le cascate di proiettili dei fucili d'assalto e la maneggevolezza delle pistole rapide e mini mitragliette. Ad aggiungersi al calderone abbiamo anche un nuovo ben studiato sistema di stealth, che, prendendo spunto da The Last of Us, gestisce un sistema di covering molto migliore rispetto ai precedenti Uncharted, e ci offre la gradita possibilità di eliminare molti dei nemici usando semplicemente l'ingegno ed eliminandoli uno ad uno. Numericamente i nemici sono vastamente di meno rispetto ai precedenti capitoli, e non offrono la sgradita osticità dei vecchi Uncharted, ma si nota come gli sviluppatori abbiano calibrato l'IA per fare in modo di funzionare meglio se in gruppo, male se da soli.Gli scontri a fuoco sono davvero molti meno, e lo spazio viene lasciato a tante ricche sessioni di stealth miste a pazze arrampicate su piattaforme e torri pericolanti, e chi più ne ha più ne metta. è stato, infatti, anche migliorato di molto il sistema di arrampicata, e finalmente posso dire che, a parte una volta sola nell'intero gioco, tutti i game over sono stati per colpa mia, e non per colpa di un sistema di controlli poco studiato o povero. 

Comparto tecnico
Uncharted 4 riesce egregiamente sia nel gameplay, sia nel comparto tecnico, offrendo un meraviglioso ambiente circostante e dei sistemi efficaci per rendere gli ambienti più realistici, senza sfociare nell'iper realismo generale mantenendosi sempre saturo di colori e pieno di piccole accortezze che si avvicinano stilisticamente a ciò che abbiamo visto in passato col gioco di Ratchet & Clank su PS4. Dal punto di vista sonoro è tutto molto nello standard, e lo spazio viene largamente lasciato agli attori per esprimersi, al posto che alla musica per riempire gli spazi vuoti. Come nei precedenti Uncharted, ho preferito tenere le voci in inglese sottotitolate in italiano, dato che trovo i personaggi molto più espressivi in tale lingua. 

Commento finale
Uncharted 4 è uno dei giochi da avere per forza su Playstation 4. Un Must have per chi ha giocato e chi non ha giocato la serie, dato che riesce bene sia da epilogo che come punto d'inizio per nuovi interessati, offrendo un'esperienza indipendente che strizza l'occhiolino ai nuovi fan, tanto quanto ai vecchi grazie a decine e decine di easter eggs che qualche lacrimuccia la fanno scendere. 




venerdì 24 giugno 2016

RECENSIONE FILM: La canzone del mare


Quando si parla di animazione su grande schermo, non tutti i film sono targati Disney o Dreamworks forzatamente: ogni tanto qualcosa esce dal nulla per tentare di guadagnarsi un posticino sull'olimpo della cinematografia d'animazione. Quest'oggi daremo un'occhiata approfondita a "La canzone del Mare", film del 2014 diretto da Tomm Moore. Oggi la recensione sarà anche accompagnata dal giudizio e i pareri di Giulzilla, ragazza molto appassionata alle produzioni di Moore, che ha consigliato a me e ad altri il film da recensire oggi.

Premessa
Oggi partiamo con una premessa, ma in chiave meno ironica e più puntualizzante, su come il film sia arrivato qui in Italia: La Canzone del Mare è stata prodotta due anni fa, questo è accertato, ma è arrivata in Italia molto in sordina e senza pubblicità, per tale motivo poca gente si è effettivamente presentata. Alla prima del cinema Massimo, a Lecce, eravamo solamente in 4 a vedere questo film, e il che è un vero e proprio peccato.

La trama
Questo film è un po’come una fiaba dentro una fiaba, infatti, comincia proprio con una madre che racconta al proprio figlio Ben miti e leggende riguardo le creature fantastiche irlandesi, in particolar modo della selkie (una donna magica dal canto meraviglioso capace di trasformarsi in una foca bianca, una sorta di sirena nordica). La madre di Ben è però incinta di sua sorella, e sparisce improvvisamente durante il sonno del bambino per “salvare la bambina”, Saoirse. Sei anni dopo, Saoirse ancora non parla e Ben, che prima della scomparsa della madre era tanto felice di avere una sorellina, ora la odia perché ai suoi occhi sembra averle portato via la madre. I due bambini, poi, scoprono che le storie raccontate dalla loro madre non erano del tutto irreali, ma erano anzi facenti parte di un mondo non visibile ad occhio umano, di cui l'unica presunta salvatrice può essere solamente la selkie (quindi Saoirse). In una corsa contro il tempo, Ben e Saoirse devono cercare di recuperare questi spiriti morenti attraverso la melodia di una conchiglia, che Ben ricevette da piccolo dalla madre, e il canto della selkie. Essendo appunto una fiaba, la trama del film va letta come tale: non tutto ha una spiegazione, anzi, ci sono molte cose assurde tipiche delle fiabe, o comunque dei cartoni in generale (tipo le tasche dei protagonisti capaci di tirar fuori gli oggetti più disparati quali occhiali e conchiglie enormi). Ciò che viene evidenziato come problematica è proprio la mancanza di un vero e proprio climax, dato che il film resta coerente a sé stesso, ma si dirama in modo così tenue e semplice che sembra non aver mai avuto problemi in primo luogo. I personaggi sono tutti fini a sé stessi, la storia resta sempre sullo stesso ritmo, non ci sono colpi di scena e la semplicità regna sovrana sull'intero cast, che anzi, a volte, è davvero troppo semplice (esempio pratico, Ben e suo padre sono veramente idiotici in diverse parti del film per il puro motivo che la trama lo richiede) e surreale per tutti i motivi sbagliati. Un plauso, però, va fatto alla morale, che rimane molto forte e diventa comprensibile per un adulto già dalle prime battute del film.




Comparto tecnico
Dal punto di vista tecnico, La Canzone del Mare colpisce subito per lo stile grafico, non unico nel suo genere, ma dotato di grandi particolari, ottimi e necessari a far immergere quanto più possibile lo spettatore, sia adulto che bambino. Tutto sembra fatto a mano, tutto sembra reale seppur surreale, tutto ha vita propria e ha colori vivi e forti. Insomma, il velo artistico di questo film è fortissimo, e talvolta non nego di averlo confuso con qualcosa di produzione Burtoniana. Ogni ambiente è unico nel suo genere e sa catturare con la propria bellezza, sia naturale, che artificiale nel caso delle città. Ad accompagnare il convincente comparto grafico, quello sonoro, che mantiene le canzoni originali sottotitolandole, e contorna il tutto con tracce e strumenti folkloristici e mai di troppo per ciò che accade su schermo. I personaggi si muovono con naturalezza sulle note della soundtrack, che aiuta a colorare i già vividi ambienti del film.
Giulzilla: Oltre alla morale, ciò che un adulto potrà attivamente apprezzare è senza dubbio l’incredibile bellezza dell’animazione tradizionale, semplice e apparentemente infantile, ma ricca di dettagli, colori, luci, con animazioni fluide come acqua. Ogni scena sembra un quadro, ogni elemento sembra fatto di carta, a volte sembra quasi tangibile davanti ai nostri occhi, sensazione data anche da degli sfondi che sembrano quasi fatti come se fosse un patchwork. Ma una menzione particolare va soprattutto alla colonna sonora composta dal francese Bruno Coulais in collaborazione col gruppo irlandese Kíla, che in certi momenti perfino supera in bellezza la scena visiva oppure la valorizza ancora di più, percependosi subito allo spettatore di qualità eccelsa. Musica e animazioni sono un tutt’uno inscindibile, dando la sensazione di essere state costruite all’unisono. La canzone su cui si basa l’intero film svolge perfettamente il suo ruolo di elemento trainante, con una musica semplice ma suggestiva, composta da suoni che ricordano quelli che si ascoltano stando immersi nell’acqua, e un testo in inglese misto ad un irlandese antico che danno ancor di più quella sensazione di misticismo e magia che caratterizza tutta la pellicola. Riguardo ciò, un grande ringraziamento va al direttore di doppiaggio italiano che ha preso la saggia decisione di lasciare le canzoni in originale ma sottotitolandole in italiano, oltre al fatto di aver in generale svolto un ottimo lavoro per quanto riguarda doppiaggio ed adattamento.

Commento finale
Non conoscendo Tomm Moore prima d'ora, posso dire di aver apprezzato il film per ciò che è, ma ovviamente non posso dire sia esente da difetti: molte cose, come ad esempio la situazione della trama, sembra non avere senso, una volta recepite alcune cose vitali per la risoluzione della storia. Per questo motivo, ai più puntigliosi questo film scenderà un po' meno, rispetto a chi vuole vederlo e apprezzarlo per ciò che è, o ai bambini che in modo ingenuo si avvicinano ad una fiaba non convenzionale e poco pretenziosa. In sostanza, La Canzone del Mare è un ottimo film, coi suoi alti e bassi, che trova la propria forza nella musica e nella grafica generale, ma riesce un po' meno nella trama. E' un film apprezzabile se lo si guarda senza paraocchi e volontà di trovare il pelo nell'uovo.
Giulzilla: Per me questo film d’animazione è pura poesia, e come tale va preso. Non va ricercato un senso delle cose, una storia elaborata o intrigante, ma va visto per l’incredibile bellezza e le emozioni che trasmette, per come rende meravigliosa l’esistenza umana, nella vita e come nella morte, nella felicità come nel dolore. Come quando si legge una poesia, questo film va visto lasciandosi dolcemente trasportare dalla sua atmosfera magica e facendosi guidare dalla narrazione a ciò che desidera trasmettere. Nonostante ciò, ritengo “La Canzone del Mare” leggermente inferiore del precedente e primo lavoro di Tomm Moore, “The Secret of Kells”(del 2009, anch’esso nominato all’Oscar), che presenta caratteristiche simili ma meno infantili, a volte addirittura crude, e generalmente si presenta molto più intrigante e mistico.


venerdì 10 giugno 2016

RECENSIONE FILM: Warcraft - L'inizio


Non è una nuova notizia che la Blizzard sia una delle compagnie videoludiche più longeve e atte a cambiare sempre qualcosa nel panorama dei videogiochi. Dopo la serie di Warcraft, seguita poi dal vincente World of Warcraft, per poi ancora andare verso l'universo Free to Play con Heroes of the Storm e Hearthstone, e infine con Overwatch, ha sempre trovato il modo per attirare una grande fetta di audience grazie ai propri titoli semplici nelle meccaniche ma molto divertenti a lungo andare. Quest'oggi vedremo il re-telling, l'adattamento cinematografico per eccellenza per spiegare l'antica ed epica storia di Warcraft.

La storia
"Warcraft" è proprio la prima pietra di un lungo ponte che collegherà in futuro coloro che non sanno assolutamente nulla di videogiochi a coloro che ricordano l'epico mondo del lontano "Warcraft: Orcs and Humans", primo della trilogia omonima, con sguardo nostalgico. La storia incomincia un po' come faceva Assassin's Creed Brotherhood, da circa metà/fine, in cui vediamo un umano e un orco combattere tra di loro, senza però avere un valido motivo per farlo. Veniamo a scoprire che gli orchi appartengono a un mondo che a causa di una misteriosa forza (il Vil) magica è stato raso al suolo. Tale razza, quindi, cerca dei nuovi posti da rendere casa propria, e per qualsiasi fortuito caso, viene proprio scelto Azeroth, il mondo degli umani, elfi e nani. A seguito dell'arrivo degli orchi, il comandante Anduin viene incaricato di andare a richiamare il guardiano Medivh, per trovare un modo per respingere la vera e propria Orda (capita? EH?) e riportarla nel loro pianeta d'appartenenza. 
Di per sé, la storia rimane molto sull'epico, senza mai superare quella sottile linea che la rende attualmente interessante. Non confondete questo giudizio con "la storia fa schifo", ma più che altro prendetelo come una espressione di un film che per rappresentarsi usa un insieme di scene già epiche prese separate che insieme rendono un film pieno di picchi e climax, risultando a lungo andare un po' meno interessante di quello che sarebbe potuto essere se fosse stato meglio calibrato nel pacing. I personaggi sono abbastanza forti, e rappresentano delle parti da "buoni/cattivi per un motivo" che tanto ci piace e tanto apprezziamo. Il cast dei personaggi è mediamente grande, pertanto risulta un tantino confusionaria la comprensione dei nomi e dei ruoli dei personaggi stessi.

Comparto tecnico
Non giriamoci intorno: graficamente la Blizzard ha fatto un lavoro splendido, sfruttando l'ambientazione che tanti hanno imparato ad amare e che tanti oggi, con occhi nostalgici, rivedono sul grande schermo. I personaggi sono ben caratterizzati e poco confondibili: ognuno ha una propria connotazione particolare e ognuno risponde ad un nome che viene ricordato da tanti per diverse ragioni. Ad aggiungersi al calderone è anche una decente colonna sonora, che bene o male ripropone la stessa traccia con arrangiamenti diversi. Ultimo, ma non per importanza, è il doppiaggio italiano, piuttosto convincente, credibile e molto piacevole. 

Commento finale
Non avendo giocato ai Warcraft, e avendo giocato davvero poco a WoW, posso dire di aver apprezzato questo film per aver parlato di una storia a me sconosciuta e di avermela fatta capire in modo diretto e semplice, senza troppi fronzoli ma con un'epicità paragonabile a film come 300 o "il gladiatore". E' un bel film che va guardato ed apprezzato per ciò che è, un riadattamento epico di una storia videoludica molto amata, e di cui aspetto sicuramente il sequel.




martedì 7 giugno 2016

RECENSIONE FILM: Saving Mr Banks


La Disney è conosciuta per essere una delle più grandi ed importanti società del mondo, un'industria multinazionale basata sul far sognare i bambini attraverso prodotti genuini, di ottima fattura e indimenticabili. Anche se oggi non molti dei loro film o delle loro produzioni in generale si possono definire veri e propri classici o capolavori, vi sono comunque degli stabili, che ancora oggi continuano a sorprendere il pubblico di grandi e piccini, stupendo sempre con una semplicità ed una cura per il dettaglio ed i sentimenti dello spettatore maniacale. Oggi prenderemo in esame "Saving Mr Banks", il film del film di Mary Poppins, ciò che è successo prima, durante e dopo la produzione del film, e ciò che è cambiato nella mentalità della bizzarra, ma alquanto unica, scrittrice Pamela Lyndon Travers.

La storia
Questo film si basa sulla vera storia e sui veri sentimenti che la Travers ha provato prima della produzione del film. Ben 20 anni si distanziano dalla prima volta che Walt Disney la contatta per farle cedere i diritti di Mary Poppins e il punto che guardiamo del film, in cui vediamo la scrittrice esasperata dalle continue richieste del magnate, in viaggio per Hollywood. Nonostante noi sappiamo benissimo il risultato del film, e quindi il finale, ciò che sorprende, oltre che una maniacale dovizia nei particolari dei personaggi, è come essi sono costruiti all'interno della storia. Il cast è molto esiguo, ma ciò che sorprende ogni secondo di più è la "contemporanea" storia di questa bambina da piccola, con tantissime somiglianze al libro di Mary Poppins che poi la Travers ha scritto. Non solo, questo film aiuta a comprendere da dove vengono tantissimi dei richiami del film di Mary Poppins, così come aiuta a comprendere molti lati del carattere dei personaggi. Walt Disney, interpretato da Tom Hanks, ha un ruolo perfetto nella storia, che risulta essere molto naturale e mai fuori tono, risultando eccellente nell'amalgamare della storia. Nonostante le minime discrepanze dalla realtà e dalle vere vicende, questo film segue la storia molto fedelmente, sfruttando un sistema di sviluppo che si basa più sui personaggi, che sul risultato finale.

Comparto tecnico
Il film è graficamente un autentico gioiello: la Londra e la Hollywood degli anni 60 vengono mischiate meglio del latte nel thè, e come se non bastasse, tanti costumi e peluches Disney vengono riesumati dal passato per apparire più smaglianti che mai come figure portanti di un film tutto, appunto, Disney. Le musiche sono davvero molto apprezzabili e mai fuori luogo, accompagnano ogni momento, dolce o malinconico che sia, con una speciale nota di nostalgia che solo chi ha visto Mary Poppins può capire davvero. Infine, degno di nota è il doppiaggio italiano, fortissimo, pieno di carattere e godibile come pochi altri.

Commento finale
Saving Mr Banks è uno dei più bei film di carattere storico che io abbia mai visto. Contiene un ottimo connubio tra storia e sviluppo dei personaggi, che si protrae per tutta la storia e aiuta ad immedesimarsi nella Travers, in un'esperienza nostalgica, malinconica, dolce e speciale come poche. Preparate i fazzoletti, questo film è bello. 




domenica 15 maggio 2016

Akki Games! Capitolo 45 - Saints Row IV: Commander in Chief Edition (PS3)


Rapidamente dopo Saints Row 3, eccoci qui tornati per recensire l'ultimo capitolo uscito di Saints Row 4. Dopo il fallimento del publisher THQ, Volition si è trovata acquistata da Koch Media, ed è solo grazie a questo che siamo riusciti a vedere l'ultimo respiro esalato dalla THQ in punto di morte. Vediamo, quindi, quanta sostanza porta questo Saints Row IV.

La storia
Vi ricordate le battaglie tra gangs dei precedenti titoli (anche se in SRIII erano davvero marginali)? Bene, eliminate tutto, perché ormai i Saints sono diventati così influenti che noi, come capo, diventeremo presidenti degli Stati Uniti d'America per puro caso, mentre disattiviamo con nonchalance un missile nucleare. 5 anni passano da quell'evento vicino alla fine di Saints Row III, e ci ritroviamo in un'America capitanata da noi protagonisti, ma proprio sul più bello arriva una razza aliena che vuole governare, per poi distruggere, la terra. Molti personaggi del precedente Saints Row spariscono completamente per lasciare un maggior focus su un modesto cast di soli 9 personaggi. Il vero focus, però, stavolta, siamo noi protagonisti, nessun altro avrà la stessa profondità del protagonista che sceglieremo di creare e far andare avanti nella storia. Tutti gli altri personaggi sono lì per il puro gusto di mandare avanti la storia, ma non prendiamoci in giro, Kinzie e il protagonista sono più che abbastanza per fare letteralmente tutto nella storia.

Gameplay
Vi ricordate tutta la varietà di Saints Row III? Bene, prendetela pari pari e mettetela nel IV con sistemi di level up e, udite udite, superpoteri! Esatto! Essendo in una realtà virtuale per vari spoiler che non sarò qui ad elencare, ci ritroveremo a raccogliere cluster di dati e soldi in un pazzo collectathon che rievoca in un certo senso i vecchi giochi come Ratchet & Clank o addirittura Banjo - Kazooie. Il leveling system si divide quindi in Clusters e soldi, atti a livellare rispettivamente i superpoteri (che vanno da supercorsa e supersalto a onde d'urto, aure di fuoco e chi più ne ha più ne metta) e le abilità base del personaggio. Ciò che manca a questo gioco è però un'identità propria, una consistenza alla base, che ci fa spesso dimenticare di giocare a un Open World come Saints Row e ci fa confondere il gioco per un inFamous o Prototype. Il che è un vero peccato, dato che le premesse ci sono, le idee pure, ma non vengono assolutamente sfruttate al meglio come nel precedente titolo. L'aggiunta dei super poteri, poi, rende obsoleto l'80% dell'arsenale e dei veicoli nel gioco, rendendo quelle poche missioni di guida una vera noia. Gran parte della vera varietà del gioco verrà sfruttata nel primo decimo del gioco, lasciando il resto delle missioni ad un ammasso di lavori abbastanza ripetitivi.

Comparto tecnico
Dal punto di vista grafico, il motore di Saints Row IV è vecchio e si vede: i singhiozzi sono tantissimi, e si nota un quasi fastidioso effetto pixelatura che rende l'intera visione più sporca e in generale, meno apprezzabile dei precedenti titoli. Gran parte del motore fisico lascia spazio a quello grafico, quindi niente più svolazzi esagerati dei vestiti, così come molta meno varietà nelle cutscenes e comparto audio. Le cutscenes sono pochissime, e le canzoni alla radio sono visibilmente molte meno rispetto ai precedenti titoli. 

Commento finale
Non prendiamoci in giro, Saints Row IV è un more of the same per chi non ne ha avuto abbastanza di Saints Row 3, e ciò è un bene, ma la mancanza di varietà nel gameplay, nella profondità dei personaggi, e nella resa di un mondo di gioco completamente obsoleto e povero di contenuti fa cadere molto la qualità del titolo, che di per sé è sufficiente. Ciò che salva Saints Row IV in corner sono i momenti ispirati, quelli per cui dici "si, ho comprato questo gioco proprio per questo", che seppur siano molto meno rispetto ai precedenti Saints Row, rimangono sempre ispirati e qualitativamente oltre l'assurdo. Questo gioco va comprato per il puro gusto di finirlo insieme al predecessore, e perché no, anche per giocare in un futuro prossimo al secondo capitolo, pensato da molti come il migliore della quadrilogia, da altri come il peggiore. Vedremo in futuro. 

Voto Metacritic: 7.6 - Metacritic è la media generale della critica nell'internet su determinati giochi o film, ho scelto di includerne il voto per dare un'idea su come gli altri hanno reagito al titolo che ho scelto, e per vedere se è concordante col mio voto.
Voto Akki: 6.5

 

RECENSIONE FILM: Into the Woods



La Disney è una delle compagnie multimilionarie più grandi del mondo: è conosciuta in lungo e in largo per tante famosissime opere originali e non, e poi ci sono le cose strane. Cose che non sai neanche perché esistono, ma sono lì perché devono esserlo, ed essendoci, devono essere semplicemente viste ed accettate per ciò che sono. Oggi guardiamo con attenzione il film-musical-filmdacicloaltatensione “Into The Woods”.

Premessa
Si, questa recensione ha una premessa. Avevo tutte le migliori intenzioni per questo film, e l’ho comprato in edicola in un impeto d’amore per la mia ragazza, pensando “mah, stasera filmettino, lo guardiamo belli belli nel pail, stiamo tutti vicini vicini e tranquilli”. E poi

La storia
Into the Woods rappresenta più favole mischiate in una: partiamo con ordine, parlando della prima storia, quella dei due fornai, marito e moglie, su cui per qualche scherzo del destino si è abbattuta la sventura di una orribile maledizione da parte di una strega, che ha reso la donna sterile e l’uomo distante dal padre a causa di un furto fatto da quest’ultimo tempo addietro. A seguito vi sono la storia di Cappuccetto Rosso, di Cenerentola, di Raperonzolo e di Jack (quello del fagiolo magico). Per spezzare la maledizione dei due fornai, questi hanno bisogno di recuperare una cosa da ogni “rappresentante” della propria storia, e a dire la verità l’inizio è molto convincente. I personaggi sono ben delineati, rappresentano bene la loro controparte fantastica e si legano in modo preciso alla canzone e alla strofa che cantano e ripetono. I problemi cominciano a verificarsi da circa metà film, in cui non si sa perché, non si sa come, non si sa cosa si fosse fumato il regista, tutti cominciano a fare cose a caso e non vi sono assolute spiegazioni. Non vi sono vere interazioni tra i personaggi, non c’è comunicazione, tutto è attraverso lo specchio di un musical talmente forzato da essere davvero inutile sulle note finali. Insomma, se la parte “musical” fosse stata solo l’incipit della storia e si fosse fermato lì, sarebbe stata la storia perfetta, ma questo “After Story” che diluisce inutilmente 45 minuti di storia è sgradito e mal fatto, usato solamente per lanciare palle curve senza senso che lasciano solo interrogativi non risposti, che non staremo qui ad elencare se no facciamo seriamente notte.

Comparto tecnico
Partiamo dal fatto che per essere un film del 2014, si regge abbastanza bene. E dico abbastanza perché Alice in Wonderland nel 2010 fa una figura migliore, e la sceneggiatura/coreografia da teatro cerca di smorzare la mancanza di fondi, ma quasi inutilmente. I costumi sono ben fatti, sono originali e ben legati ad ogni personaggio. Le canzoni… Le canzoni. Sono lì perché devono esserci, e per carità, all’inizio sono orecchiabili, ma verso la fine non nascondo di aver guardato sbigottito lo schermo chiedendo solo “perché” tante cose stessero accadendo senza un cenno di minima coerenza con qualsiasi cosa.

Commento finale
Insomma, Into the Woods è potenziale sprecato, tantissimo potenziale sprecato. Parte con le migliori intenzioni, con tanti bei personaggi interpretati da tanti begli attori e attrici (ah, dimenticavo, ogni attore è definito con solo il nome, ma gli autori si sono ben ricordati di distinguere Johnny Depp dagli altri come “As the Wolf” o “E’ IL LUPO”, perché sapete, NON SI ERA CAPITO CHE GLI HANNO SQUARCIATO LA PANCIA ED E’ USCITA CAPPUCCETTO ROSSO DA DENTRO-ehm), ma ciò che manca da metà film in poi è la coerenza. Coerenza con ciò che c’è intorno, con l’ambiente, con sé stessi, con tutto! Il film decide semplicemente un giorno di fare così e fa così fino alla fine, personaggi muoiono a caso, persone fanno cose a caso e tutti vissero felici e contenti.


Se non si era capito, non guardate sto film. Guardatevi Chicago o Burlesque, fanno un lavoro molto migliore a divertire sfruttando la formula del Musical.