martedì 21 febbraio 2017

RECENSIONE SERIE TV: BoJack Horseman (Netflix)


Ci sono volte, nella vita, in cui non sempre tutto va bene: spesso ci ritroviamo ad accontentarci, o a fare le scelte sbagliate a causa di mancanza di osservazione o semplicemente per disattenzione. Sono problemi umani che riguardano tutti, e figurarsi come sia difficile per chi, di umano, lo è a metà. E l'altra è cavallo. Circa.

La Trama
Incontriamo BoJack Horseman, uomo cavallo rimasto bloccato negli anni 90 grazie alla sua carriera d'attore in una sitcom chiamata Horsin' Around, che ai tempi ha appassionato in tantissimi, grandi e piccini. Sono passati molti anni, e l'attore, nonostante abbia un botto di soldi, vive costantemente nei problemi. Insieme a lui c'è Todd, uno strano ragazzo che si è ritrovato un giorno a casa sua dopo una festa e non se n'è piùandato; Princess Carolyn, la sua manager con cui sembra avere una tresca, e infine Mr Peanutbutter, un labrador che ha fatto una sitcom simile a Horsin' Around, e che BoJack detesta. Non scenderò troppo mei dettagli, visto che in 3 stagioni le cos che succedono sono tantissime e svariate, ma la caratteristica principale di questa serie (ed inoltre punto di forza) sta nell'interazione tra i personaggi : BoJack è costantemente in conflitto con sé stesso, e il mondo attorno a lui continua a ruotare cercando di portarselo appresso. Tutti i personaggi sono così buoni con lui, talmente tanto che è impossibile non affezionarsi neanche ad uno di loro. Seppur la prima impressione sia tutto, i personaggi di BoJack Horseman riescono a convincere fino in fondo grazie ad una spaventosa caratterizzazione, che scende nel dettaglio e non lascia spazio ai buchi di trama. Ogni personaggio ha il proprio perché, e anche i secondari e arcinemesi hanno in qualche modo un loro micro-arco, raccontato in modo esemplare nel corso degli episodi, che si diramano tra le esperienze di BoJack e quelle degli altri personaggi, che nonostante la natura autoconclusiva del titolo, si intrecciano splendidamente anche in secondi momenti della storia, molto più avanti rispetto a quando si sono verificate.

Comparto Tecnico
Dal punto di vista tecnico, BoJack non punta su contenuti belli da vedere, ma belli da vivere: i disegni sono belli, semplici, quasi stilizzati e animati all'indispensabile, con linee di contorno marcate e nere, e colori non troppo accesi, ma ingrado di far riconoscere immediatamente i personaggi su schermo anche da lontano. L'animazione sembra effettivamente fatta in flash, e sembra essere utilizzata molto spesso anche in altre produzioni (come Rick e Morty). Perla del prodotto è la musica, che si mantiene su tracce elettroniche, sassofono e pianoforte guidano spesso le tracce ispirate che accompagnano i momenti più belli. Infine, una enorme nota di merito va al doppiaggio: nomi grossi come Aaron Paul fanno capolino tra i doppiatori, e le voci si prestano estremamente bene ai personaggi rappresentati su schermo, soprattutto BoJack e Mr Peanutbutter, che hanno quelle tipiche voci da attori impostate, ma sono inserite in un contesto non professionale, rendendole stranamente atipiche ma mai fuori luogo.

Commento finale
BoJack Horseman è un originale Netflix coi fiocchi, uno di quei titoli per cui vale la pena pagare il servizio mensile: è una storia umana (che ancora continua, siamo alla terza stagione), triste e divertente quanto basta, che non fallisce a far vedere quelle parti dell'animo umano che a volte abbiamo paura di mostrare per non fare del male agli altri. Da vedere assolutamente.



lunedì 20 febbraio 2017

RECENSIONE FILM: Snoopy & Friends (2015)



I Peanuts sono alcuni dei più filosofici e simpatici personaggi mai inventati per un fumetto: storici come pochi, pieni di carisma e riconoscibili anche da un bambino, riescono sempre a destare interesse. Nel 2015 abbiamo avuto la fortuna di vedere un "reboot" della storia con il film diretto dalla Blue Sky Studios, la stessa de "L'era Glaciale". Vediamo se ha fatto bene il proprio lavoro.

La trama
Tutti siamo un po' sfortunati, nella vita. E' la storia di Charlie Brown, un bambino che abita in uno strano paesino pieno di bambini, che ogni giorno vanno a scuola, giocano e si divertono insieme, il tutto riuscendo a creare per ogni situazione diverse gag che richiamano i bei tempi andati dei Peanuts, e non solo, riescono tranquillamente a strizzarne l'occhio grazie a un ritmo e scambio di battute affascinante. Charlie non riesce ad essere neanche un po' fortunato, e il fatto lo rattrista: è da quando è arrivata una nuova bambina che lui cerca di farsi coraggio e presentarsi a lei, ma qualcosa lo ferma sempre. Questa storiella è accompagnata da tante altre di fondo, che includono tutti i personaggi della storia, nessuno escluso. A parte Charlie, comunque, la storia principale è quella di Snoopy, che scrive un libro con Woodstock. Le storie più piccole riguardano tutti gli altri personaggi, e si intrecciano in modo intelligente con quella di Charlie, che funge da fulcro della vicenda e continua a farla evolvere grazie ad una scrittura e sceneggiatura intelligente, senza mai snaturare il personaggio né i suoi amici.

Comparto tecnico
Peculiarità del film dei Peanuts è il ricercato stile grafico, che mantiene le colorazioni sul pastello, e offre una profondità ai personaggi grazie ad una cura certosina in alcuni particolari come il pelo, i capelli o i tessuti dei vestiti. Ogni personaggio, proprio come nei fumetti, è una perfetta rappresentazione di ciò che deve essere, ed è facilmente riconoscibile. Le voci sono generalmente un po' anonime, visto che si parla di bambini, ma sono al contempo abbastanza espressive da tenere in certi momenti quella filosofia dei personaggi che li contraddistingue. La musica è prevalentemente al pianoforte, e rende quella dolcezza che un film semplice ma profondo come questo è giusto che offra.

Commento finale
Il film di Snoopy è una lettera d'amore a tutti i fan del cagnolino e Charlie Brown: recupera tutto ciò che rendeva i fumetti belli e divertenti, e aggiunge un pizzico di umorismo odierno senza eccedere troppo. Il risultato è il mix perfetto di umorismo e filosofia, morale e favola. I personaggi sono estremamente carismatici, e soprattutto Snoopy e Woodstock sono pieni di personalità, grazie ai semplici versetti che fanno di tanto in tanto. Per aggiungere ancora di più a tutto, molte delle animazioni dei personaggi hanno le tipiche linee di movimento che danno il dinamismo ai personaggi. Snoopy & Friends è uno dei migliori film del 2015. Profondo e simpatico quanto basta.


sabato 18 febbraio 2017

RECENSIONE FILM: Big Hero 6


Oggi ormai si sa, la Disney riesce quasi sempre a fare centro coi propri lungometraggi animati, pieni di colori, personaggi e ambientazioni fantastiche. A volte riesce a creare un prodotto così bello da essere di nicchia, e nella paradossale situazione appena citata, molti perdono l'opportunità di godersi tali film. Oggi è il turno di Big Hero 6, film del 2014 in cui si strizza l'occhio all'Oriente, tenendo quell'occidentalità che mai fa male.

La trama
In una città completamente tecnologica e in cui i combattimenti clandestini fra robot regnano sovrani, un ragazzino di nome Hiro Hamada si fa strada combattendo con il suo fido robottino. A soli 14 anni è riuscito a diplomarsi, risultando un ragazzino prodigio. Un giorno, scappando insieme a suo fratello da un combattimento tra robot finito male, Hiro viene a conoscenza dell'università in cui Tadashi (suo fratello) studia. E' proprio qui che scopre il "laboratorio dei Nerd", punto di ritrovo in cui molti dei suoi amici (Wasabi, Honey Lemon, Fred e Go Go Tomago) producono nuove trovate per migliorare lo stile di vita di tutti. In questo luogo, Tadashi presenta il suo nuovo robot, Baymax, a Hiro. Baymax è in grado di aiutare chi soffre di dolore fisico o emotivo, è in grado di imparare e di essere utile al prossimo, il tutto risultando estremamente tenero e simpatico. Grazie a Baymax e Tadashi, Hiro trova la motivazione per proporsi come neo-studente all'università del fratello, ma per essere ammesso ha bisogno di presentare un brevetto ad una convention tenuta dall'istituto. Durante la convention, qualcosa va storto, e a causa di un incendio divampato nella struttura, Hiro perde Tadashi e il professor Robert Callaghan, che fino a quel momento lo aveva spronato a partecipare. E' da questo momento che per qualche strano motivo il brevetto di Hiro si scopre rubato, e lui parte a caccia del colpevole con Baymax alle calcagna. 

Comparto tecnico
Dal punto di vista tecnico, Big Hero 6 è fatto molto bene: uno stile semplice e un design dei personaggi convincente e con maggiore focus sugli occhi li rende più emotivi, colorati e animati splendidamente, il tutto immerso in una favolosa ed immaginaria Tokyo Occidentale, chiamata per l'occasione San Fransokyo. Il comparto audio è molto buono, e presenta ottimi doppiatori, oltre che una colonna sonora davvero orecchiabile e mai di troppo per le scene in cui è posta. In aggiunta, Big Hero 6 è il primo ed unico film della Disney in cui ho visto visuali più dinamiche e "da film", proprio per dare la sensazione della velocità in certe scene o della pressione emotiva che i personaggi tendono a provare. Ciò che brilla di più nel comparto grafico, però, è il sistema di luci: realistiche quanto basta, riescono a uniformarsi con i colori e a formare un ambiente surreale, ma in grado di respirare e dire la propria anche da un solo screen.

Commento finale
Big Hero 6 è un film davvero semplice: è una storia di supereroi immaginati in uno strano ibrido tra l'Oriente e l'Occidente, e il tutto viene splendidamente catturato da un design bilanciato, un comparto audio di tutto rispetto, doppiatori mai fuori personaggio e storia semplice ma ingaggiante come poche. Lo consiglio vivamente. 




venerdì 10 febbraio 2017

RECENSIONE FILM: Sing


Sappiamo tutti quanto film come Zootropolis abbiano creato il trend della città degli animali antropomorfi. Illumination ha scelto quest'anno di dire la propria al riguardo affrontando il colosso con una esigua ma convincente creazione: Sing.

La trama
La trama di Sing segue la storia di un giovane Koala chiamato Buster Moon, che a seguito di uno spettacolo in cui ha visto l'attrice Nana Noodleman esibirsi, si è innamorato dello spettacolo e si è posto un obbiettivo: diventare il titolare del teatro in cui lei si è esibita e gestirne gli spettacoli. Inutile dire che ci sia riuscito, ma è qui che sorgono i problemi: Buster non è riuscito a fare neanche uno spettacolo convincente, ed è costretto a scroccare elettricità dal ristorante di fianco. Lui e Karen, la sua assistente, si trovano ai ferri corti, e potrebbero essere forzati a chiudere baracca a causa dei debiti se non riescono a fare almeno uno spettacolo buono. Buster, quindi, chiede a Karen di stilare un volantino per il suo ultimo tentativo: una gara di canto con premio 1000 dollari. A causa di una gag, però, il premio diventa di 100.000 dollari. Tutta la città si presenta davanti al teatro, ma alla fine Buster (ancora ignaro dell'errore di battitura) riesce a recuperare 6 personaggi: Rosita, una mamma di 25 maiali con una splendida voce, Mike, un topo arrogante e avido che si crede di essere chissà chi con doti canore e musicali davvero convincenti, Meena, una tenera, timida elefantessa, Johnny, un gorilla figlio di una banda di criminali, Gunther, uno stravagante maiale, diventato fin da subito la mascotte del film, e infine Ashley, un'istrice rocker. I sei personaggi si ritroveranno insieme a Buster in una serie di situazioni sull'orlo del ridicolo, ma si ritroveranno a seguire l'obbiettivo di realizzare uno spettacolo in cui ognuno riuscirà a esprimere il proprio talento.

Comparto tecnico
Sing non è molto spettacolare dal punto di vista grafico: le animazioni sono un po' legnose e i personaggi un po' anonimi. Ciò che brilla, però, sono gli effetti visivi e le illuminazioni, che creano un ambiente vivo e pieno di colori. Le musiche sono tutte già sentite, molte che tornano dal pop anni 80, fino ad avvicinarsi ai giorni nostri e alle hit più cult del 2012 e via dicendo.

Commento finale
Non c'è molto da dire al riguardo di Sing, se non che sia piuttosto lontano da come le pubblicità lo dipingono. Non è un semplice film in cui i personaggi sono una continua citazione, ma è una produzione in cui ognuno porta il proprio sul palcoscenico e lo rende al meglio possibile con una performance fantastica ed inedita, piena di luci, colori e suoni adatti ai più grandi e piccini. E' un bel film da vedere in famiglia o in compagnia di amici. Non sarà Zootropolis, ma fa il proprio lavoro piuttosto bene.


mercoledì 8 febbraio 2017

RECENSIONE FILM: La La Land


Ragazzi, togliamo di mezzo i convenevoli: La La Land si è beccato 14 nomination agli Oscar per un motivo. Vediamo perché. 

La trama
La La Land comincia un po' come quei musical dei tempi andati, portando lo spettatore indietro con lo spirito in uno strano ed ibrido mondo confuso se essere negli anni '80 o ai giorni nostri. Dopo un po' di canzoni, conosciamo i nostri due protagonisti: il primo è Sebastian, uno strano ed appassionato jazzista che sogna di aprire un suo locale in cui suonare jazz come si vuole, la seconda è Mia, una ragazza che lavora al bar degli studi Warner Bros. e sogna di fare l'attrice. Il film porta entrambi i protagonisti a cercare di adempiere i loro sogni e di intrecciarsi spesso, in una suddivisione in 5 macroparti che possono essere racchiuse nei nomi di: Inverno, Primavera, Estate, Autunno e di nuovo Inverno. Nella durata di 2 ore ed 8 minuti, La La Land racconta la storia di due sognatori, che incontrandosi e ballando e accettando i gusti altrui vanno avanti di pari passo, fino al raggiungimento dei loro sogni. Ciò che convince del film sono i dialoghi e l'espressività di questi due protagonisti spettacolari, che sono stati costruiti per essere quanto di più umano si possa realizzare nel mondo del cinema, sia per quanto concerne i dialoghi che per quanto concerne le reazioni ad alcune cose che possono influenzare le scelte nel corso della storia di ogni personaggio. In questo film convincono più i personaggi che la storia....

Comparto tecnico
... E il geniale talento artistico degli sceneggiatori e cameraman, che grazie ad una serie di piani sequenza e carrellate, riescono a racchiudere alcune delle più raffinate scene che si siano mai viste nel cinema di oggi. I balli, le coreografie, i colori, il ritmo della storia: tutto è perfetto per rendere quello di La La Land un mondo vivo e in grado di respirare, di dire la propria, di far capire che il Jazz, in fondo in fondo, non è morto, così come quei vecchi film con quelle fastidiose canzoni in mezzo non sono ancora morti. Semplicemente la gente se ne è dimenticata, così come si è dimenticata di molti dei propri sogni, per fare spazio alle cose che più importano nella vita. Gosling e la Stone sono una coppia fantastica, e raccontano con ogni frase, ogni musica ed ogni passo di danza una storia, che ognuno prende con la propria chiave di lettura e rende unica per sé stessa. 

Commento finale
Questa recensione è corta per un motivo: La La Land va goduto. Dire troppo equivale a rovinare l'esperienza, un'esperienza che racconta la storia di tanti e la storia di pochi. E' un film che riesce ad accontentare in tantissimi, grazie alla propria umanità e al realismo di molte scene. E' poesia pura. 

 

domenica 5 febbraio 2017

RECENSIONE FILM: Your Name


Il panorama dell'animazione giapponese è sempre stato una costante da circa gli anni 80: in molti ancora oggi ricordano vividamente il primo Dragon Ball, così come Magica Emi, Sailor Moon, E' quasi magia Johnny, e chi più ne ha più ne metta. Dagli anni 80, però, molte cose sono cambiate: gli anime sono diventati un evento sociale, e molti vivono una vita migliore, facendo nuove conoscenze con altre persone, proprio grazie a questi metodi di "riunione" che sono i cartoni animati e film. 
A volte, però, i film animati non vengono fatti solo per raccontare una storia, ma anche per raccontare una morale contornata da un fortissimo impatto visivo: è il caso di Your Name, film del 2016 di Makoto Shinkai, che in Giappone ha spopolato come pochi. Arrivato nelle sale italiane gli scorsi 23, 24, 25 Gennaio, Your Name è riuscito a farsi sentire, addirittura portando ben tre repliche nelle sale più importanti d'Italia. Vediamo insieme perché.

La trama
Il film comincia facendoci conoscere i nostri due protagonisti, Mitsuha e Taki, che per qualche scherzo del destino, saltuariamente, di notte si scambiano di corpi, ricordando poi il giorno precedente nei panni dell'altro come un sogno. Per non intromettersi con le vite dell'altro/a, i due scelgono di lasciarsi dei messaggi prima di addormentarsi, sia quando sono scambiati che quando sono nei loro corpi: comincia quindi una bizzarra storia che convince e spiega tutte le varie situazioni nel caso in cui una cosa del genere si attuasse effettivamente. Ma non è tanto qui il punto. Il fatto è che della storia se ne può parlare ben poco, dato che per circa un'ora il film decide di rendere i personaggi quanto più apprezzabili possibili, ognuno con la propria vita e le proprie abitudini, proprio come ognuno di noi. Il bello arriva dopo, quando le cose cominciano a svilupparsi, e purtroppo non possiamo entrare in quel territorio, o diventerebbe spoiler. Ciò che si può dire, però, è che gli eventi prendono una svolta secca e brusca, e lasciano lo spettatore con un senso di ansia per tutta la visione, o perlomeno finché le cose non si chiariscono abbastanza da riuscire a capirle. Forte, in questo film, è l'interazione dei personaggi, la loro peculiarità nel parlare tra di loro è che, seppur poco visibili, sono presenti degli stereotipi, che però non rovinano assolutamente l'esperienza: ogni personaggio esiste per appoggiare i protagonisti, nient'altro. 

Comparto tecnico
Dal punto di vista visivo, Your Name è uno dei più bei film d'animazione che abbia mai visto: ambienti quasi dipinti e colori sgargianti accompagnano un'animazione fluida e realistica, che mi ha ricordato, sia nello stile, sia nella fluidità, quel lontano primo film dei Digimon che in tanti hanno apprezzato. Ad accompagnare gli ottimi colori e ambienti vi sono un buon doppiaggio (gestito da Dynit, che come sempre è riuscita a recuperare il film e portarlo a forza nelle sale italiane) e bellissime musiche, una delle quali è usata anche per lo spot che a molti sarà capitato di vedere su Animeclick o VVVVID. 

Commento finale
Insomma, il discorso è questo: è la terza volta che riscrivo questa recensione, perché ogni volta ho l'impressione di usare troppi pochi elementi per esplicare effettivamente quanto il film riesca ad essere bello e in grado di tenerti col fiato sospeso, ma il fatto è anche che se ne parlo più di quanto ne abbia parlato, rischio di crollare nel territorio degli spoiler e di rovinare l'esperienza a tutti quelli che si stanno imbattendo in questa recensione per sapere se valga la pena di guardare o meno il film. Dal mio più umile punto di vista, io consiglio a tutti di guardarlo: non è un film che mi ha fatto piangere, sia chiaro, ma mi ha fatto pensare e mi ha tenuto col fiato sospeso fino all'ultima scena. E' un'ottima esperienza da fare da soli o con un gruppo di amici. 



E detto questo, volevo segnalarvi che questa recensione è il punto d'inizio dell'affiliazione con il blog Scrap Paper, un sito nascente con alla gestione diverse persone, tra cui la già nominata Giulzilla, la stessa che lasciò un commento sulla recensione de "La canzone del mare"! Se vi va di passare, dite loro che vi ho mandati io!

O, in alternativa, sulla destra!

Akki Games! Capitolo 57 - Assassin's Creed Rogue (PS3)



"Assassin's Creed" è un brand con decine e decine di titoli, atti a spiegare al meglio possibile la storia che circonda i protagonisti principali. Quella che vediamo oggi è una storia che spiega quello che è successo nel periodo che intercorre tra la nascita di Connor e il suo inizio come Assassino.

La trama
Impersoniamo Shay Patrick Cormac, un Assassino Americano legato al suo mentore Achille (per intenderci, lo stesso Achille di Assassin's Creed III che prenderà come rampollo Connor in futuro). A seguito di una serie di ritrovamenti, si scopre che i Templari tramano l'utilizzo di un Manoscritto per recuperare dei manufatti, che serviranno a contrastare la minaccia templare del "dominio del mondo". Grazie al ritrovamento del Manoscritto, Achille ci intima di andare a Lisbona a vedere questo fantomatico Santuario, recuperandone il Manufatto. E' da questo punto che tutto comincia a cambiare: Assassin's Creed Rogue narra di una storia di un uomo con un credo finito per portarlo all'uccisione di innocenti. Shay viene quasi ucciso dalla sua stessa confraternita per essersi ribellato, ed è questo l'inizio di un nuovo, bizzarro e diverso capitolo della saga, che ci spiega tutto quello che succede durante gli eventi fuori dai radar di Assassin's Creed III e non solo, ci offre anche un epilogo tutto incentrato su Unity. I personaggi sono piuttosto ben gestiti, e Shay risulta essere molto meno carismatico di Edward, ma al contempo di buon cuore come lui e legato al raggiungimento dei propri obbiettivi, contornando il tutto con la sua tipica frase "La fortuna non esiste". Questa storia è comunque più sottotono rispetto alle precedenti, sia un po' per colpa della durata esigua della storia (Lunga solo 6 misere Sequenze), sia per colpa della presenza di personaggi secondari piuttosto blandi e troppo semplificati per rappresentare templari e amici.

Gameplay
Trattandosi di un gioco ricostruito con gli asset di Assassin's Creed IV (in sostanza, molte delle entità sono riciclate) , c'è da dire che il gioco sembra un enorme DLC (Downloadable Content, contenuti aggiuntivi ad un gioco già completo, o incompleto) per tutta la durata della storia. Le zone marittime sono molto più piccole, seppur la mappa del mondo non abbia nulla da invidiare a quella di Black Flag. Il problema però sta nella sensazione di "già visto" che il gioco tende ad offrire fin da subito, senza escludere nulla. Graditi sono i ritorni dei guadagni di valuta tramite il restauro di edifici e il recupero di forti nelle varie parti del mondo, così come è sempre gradito il ritorno del gameplay su nave, che però presenta diverse sostanziali caratteristiche rispetto a Black Flag. Primo tra tutti è lo schema dei comandi, che si concentra su R1 ed L1, ed inoltre l'inclusione di nuovi (e strani da utilizzare) cannoni Puckle, che sostituiscono i cannoni rotanti di Black Flag e funzionano grazie ad un mirino che appare alla pressione di R2. Sono più funzionali dei cannoni rotanti, visto che offrono una potenza di fuoco più alta, ma sono più imprecisi, dato che non basta solo premere triangolo per far sparare, ma spesso ci ritroveremo a mirare manualmente con la levetta analogica destra, nonostante l'auto-mira che gli sviluppatori hanno provato ad inserire per non snaturare troppo il gameplay, In sostanza si segue lo stile dei vecchi Assassin's Creed, e ha dal gioco la sensazione di aver fatto alcuni passi indietro in quanto ad intuitività dell'esperienza. Insieme a questo, abbiamo anche l'aggiunta di alcune risorse, atte ai restauri. Torna come in ACIV anche il crafting dell'equipaggiamento e il sistema di flotte, anche se, a dirla tutta, tutto ciò che è stato appena elencato, compresi i collezionabili, non hanno quasi senso di esistere, data la loro natura quasi puramente estetica (a parte un paio di eccezioni) e secondaria, minata inoltre da una frammentazione della mappa che purtroppo non giova al titolo. Aggiunto tutto questo ai personaggi poco ispirati, Rogue perde un po' di terreno. Simpatiche aggiunte sono lo sperone, in grado di rompere i ghiacci (trattandosi di navigazione nel Nord Atlantico), la possibilità di distruggere gli iceberg, dando un vantaggio strategico contro le navi più piccole e maggiori in numero, le ben più utili palle di cannone infuocate, in grado di rallentare le navi nemiche, e due armi, il fucile (che sostituisce la cerbottana) e il lanciagranate, che seppur belle lasciano spazio a poche situazioni di effettivo utilizzo. Da segnalare anche la conquista dei forti, che ci porta ad affrontare degli Assassini, dando un approccio più concentrato sullo Stealth e meno sul "mi butto in mezzo e ammazzo tutti". Per il resto, le missioni secondarie tendono ad essere piuttosto simili a quelle di Black Flag, con un solito "vai qui e ammazza quello" o "vai lì e distruggi quello".

Comparto tecnico
Nonostante tutto, però, Rogue riesce in una cosa: la grafica. Seppur sia lo stesso engine di Assassin's Creed IV, Rogue riesce ad infilare a forza la stessa pulizia grafica su PS3, e a farla girare anche piuttosto velocemente in alcuni momenti (ci sono punti in cui il gioco riesce ad andare comodamente a 50 frames). Musiche e doppiatori sono piuttosto anonimi, soprattutto i doppiatori. Solo Shay è effettivamente bene inserito nel personaggio, mentre gli altri, nonostante alcuni impersonino personaggi già visti, non sembrano ben collocati. Le musiche, d'altra parte, sono tutte piuttosto sentite nella serie, a parte un paio di tracce, quindi non c'è nulla da dire al riguardo.

Commento finale
La taglio corta: Rogue è un Assassin's Creed ottimo come anello mancante della saga del terzo titolo, ma mediocre come gioco in generale: offre un "more of the same" che non fa male, ma fa storcere un po' il naso a chi si aspettava qualcos'altro, a parte che dei pezzi di storia aggiunta. Se lo trovate a poco, prendetelo, aggiunge comunque parti interessanti e nuovi punti di vista all'intera saga.